Il primo oggetto presentatosi alla vista di Manfredi, sorprendendolo fortemente, fu buon numero de’ suoi di casa i quali sforzavansi di sollevar da terra qualche cosa che sembravagli una montagna di nere piume, ed in quella affissatosi, dubbioso di ciò che vedea, gridò bruscamente: “che fate là? Dov’è il mio figlio?”. Molte voci in un tratto risposero: “ah signore!... il principe!... il principe!... l’elmo!... l’elmo!”... Commosso dal suon doglioso con cui proferivansi tali accenti, e temendo, senza saper di che, si fece frettolosamente innanzi, ed oh! tragica vista per un padre! rimirò il figlio schiacciato, e quasi sepolto sotto un elmo smisurato cento volte più ampio di alcun altro usato mai da uom vivente, e cui faceva ombra una quantità immensa di piume nere proporzionata alla mole.





   Lorrore del funesto spettacolo, il non sapersi da alcuno de’ circostanti in qual guisa fosse tale infortunio accaduto; e più ancora d’ogni altra cosa lo spaventevol fenomeno, tolsero al prencipe la parola; contuttociò stette in silenzio più lungo tempo di quello che fatto avrebbe pel solo dolore. Guardava egli fisamente ciò, desiderando di poterlo credere un sogno, e parea meno afflitto della perdita del proprio figlio, che attento a meditare la mirabil cosa la qual n’era stata cagione. Toccava l’elmo fatale, esaminandolo attento, e la sua vista non potè essere da quel prodigio rimossa, neppur dal vicino oggetto de’ sanguinosi infranti avanzi del giovin prencipe. Tutti coloro cui era ben nota la parzialità sua per Corrado, furono sorpresi per la di lui insensibilità, e rimasero quasi colpiti di fulmine per il portento dell’elmo; quindi, senza riceverne il comando, trasportarono lo sfigurato cadavere nel salone. Di più, non dimostrò Manfredi attenzion veruna alle dame rimaste nella cappella, anzi dimentico intieramente delle due infelici prencipesse, consorte e figlia, le prime parole uscite dopo lo stordimento dalla sua bocca, furon queste: “si prenda cura della prencipessa Isabella.”





   I servitori allo strano comando guidati dall’affetto per la loro padrona, lo interpretarono come diretto particolarmente alla medesima, e volando ad assisterla la portaron nella camera semiviva, e nulla curantesi delle prodigiose circostanze le quali udiva narrarsi, eccettuata la morte del diletto figliuolo. Matilda, che amavala teneramente, soffogò in petto il cordoglio, ad altro non pensando, se non ad assistere e consolare l’afflitta genitrice. Isabella la quale era stata sempre trattata come figlia da Ippolita, e la riamava con grata egual tenerezza, era anch’ella assidua in prestarle soccorso, procurando nel tempo stesso di confortar Matilda cui legavala sviscerato affetto, per alleviar l’affanno qual vedea bene voler essa celare. D’altronde, sebbene non risentisse in cuore per la morte di Corrado altro moto in fuor della compassione, tuttavia non poteva a men di riflettere al proprio stato; ma non era, a dir vero, scontenta d’essere sciolta da un nodo maritale, da cui niuna felicità erasi ripromessa, sia per parte dello sposo, sia a cagione della severità di Manfredi il quale, benchè avesse lei sempre affettuosamente trattata, pure aveala non poco atterrita col suo ingiusto dimostrato rigore verso prencipesse cotanto amabili, quanto lo erano Ippolita e Matilda.





   Mentre le dame accompagnavano la sventurata madre, Manfredi rimase nel cortile, sempre rimirando il malaguroso elmo, e senza far attenzione alla moltitudine che lo strano caso aveagli intorno adunata, dimandava solo laconicamente e quasi stupido, se alcuno per avventura sapea di dove là fosse caduto, ma niuno potè dargliene il menomo indizio. Tuttavia, siccome ciò sembrava esser l’unico oggetto della sua curiosità, lo divenne in breve anche degli altri tutti; ma le congetture quali ognuno facea, si consideravano, appena proposte, assurde ed improbabili, come inaudito era l’evento. Mentre perdevansi in vani ragionamenti, un contadinello abitante di un vicino casale, tratto colà dalla sparsa novella, disse, esser l’elmo prodigioso in tutto simile a quello che vedeasi nella chiesa di S. Niccola sul capo della statua di marmo nero rappresentante Alfonso il Buono, uno dei loro antichi sovrani. “Furfante! che di’ tu?” gridò Manfredi, riscuotendosi con furiosa rabbia dal suo sbalordimento, e preso il giovine per la gola: “come ardisci,” gli disse, “pronunziar queste sediziose parole; ben tu me ne pagherai il fio.” Gli spettatori capivano tanto poco la causa dell’ira del prencipe, quanto il fatto dell’elmo, e non sapean cosa pensarne; ma più d’ogni altro rimase stordito il villanello, non intendendo di che mai il prencipe si offendesse; e riflettendo fra se nulla aver fatto di male, si sviluppò dalle mani di Manfredi, benchè ciò facesse in umil atto e gentile; indi con riverenti modi i quali dimostravano timore d’aver mancato, e non ispavento, chiesegli rispettosamente in qual cosa avesse fallato. Manfredi però, in vece di rimettersi in calma al veder la di lui sommissione, divenne anzi furibondo per la fermezza colla quale, sebben decentemente, da lui erasi il giovine liberato, ordinò a’ suoi d’arrestarlo; e se gli amici invitati alle nozze non lo avessero in tal punto trattenuto, avrebbe certamente ferito di pugnale il contadino nelle lor braccia.





   Durante tale altercazione, alcuni del volgo, colà presenti, eransene corsi alla chiesa contigua al castello, e tornarono indietro storditi per meraviglia, riferendo, esser l’elmo disparito dalla statua d’Alfonso. Manfredi, in udir tal novella, divenne come forsennato, e quasi cercasse su chi sfogare la rabbia in lui cagionata dal tumulto di tante affollate idee, lanciossi nuovamente sopra il contadino, strillando: “scellerato! mostro! stregone! tu lo hai fatto... sì, tu hai ucciso il mio figlio.” Allora il popolaccio, sempre di grossolana capacità, cui giovava trovare un soggetto proporzionato a’ suoi pregiudizj, sul quale rigettar potesse la cagione delle concepite spaventose idee, unissi al suo signore, ripetendo ad una voce: “sì, sì, è stato lui; costui appunto ha involato l’elmo di sopra al deposito d’Alfonso buono, ed ha con quello stritolato il nostro principino;” ed in ciò dire, non riflettevano nè alla grande sproporzione trall'elmo di marmo solito vedersi nella chiesa, e quello che aveano dinanzi agli occhj, il quale era pur d’acciaio, nè pensavano che sarebbe stato impossibile ad un giovinetto, non ancor giunto al vige simo anno, il trattare un’armatura di sì enorme peso.

Queste popolari voci dettero da pensare a Manfredi; e foss’egli irritato per l’osservazione fatta dal contadino della somiglianza de’ due elmi, e pel timore ch’ei si ponesse perciò in istato di penetrar più addentro alla cagione del mancar quello in chiesa, o lo facesse per toglier materia a qualunque popolar cicaleccio appoggiato a così pericolosa supposizione, dichiarò con gravità, esser colui senza dubbio un negromante, e voler egli, sintantochè il tribunale ecclesiastico conoscesse della causa, ritenere il mago scoperto prigione sotto quell’elmo stesso, ordinando incontanente ai servitori di ciò eseguire, con espresso comando che nessuno ardisse portargli cibo di cui, soggiungeva egli, avrebbelo potuto l’infernale arte sua provvedere.





   Invano rappresentò il giovine l’ingiustizia di tal sentenza, e gli amici di Manfredi tentarono inutilmente distoglierlo da questa barbara e precipitosa risoluzione. I più rimasero sodisfatti della decisione del signor loro la quale, avuto riguardo al timore di essi, sembrava in apparenza giustissima, poichè il mago doveva esser punito collo strumento medesimo di cui servito erasi per malfare; nè punto gli commosse la probabilità che il giovine potesse là sotto morir di fame, mentre per sicuro teneano, poter egli col mezzo della sua diabolica destrezza procacciarsi il necessario alimento.

Manfredi vide eseguir con gioia il dato comando, e postavi una sentinella con assoluta proibizione di recare al prigioniero alcuna sorta di vitto, licenziò gli amici e gli astanti, e dopo aver serrate a chiave le porte del castello, dove non volle che restasse alcuno, eccettuata la propria gente, ritirossi alle sue stanze.





   Intanto, per le attente cure delle giovani prencipesse rinvenne Ippolita, e quantunque oppressa da tanto affanno, chiedeva frequenti nuove del suo consorte, ed avrebbe voluto privarsi di chi le stava intorno per mandare in di lui assistenza: ingiunse finalmente a Matilda d‘andar ella a consolare il genitore. Questa, non abbisognando di sprone per fare il proprio dovere, sebben temesse la paterna austerità, obbedì ad Ippolita, e lei teneramente ad Isabella raccomandò. Quindi, interrogati i servi ove fosse il padre, seppe, essersi ritirato nelle sue camere, vietando che a niuno fossene accordato l’ingresso, dal che Matilda inferì, ritrovarsi egli immerso nel dolore per la morte del di lei fratello, e temendo di rinnovargli il pianto colla vista dell’unica figlia, stette in forse di presentarsegli innanzi in un momento di sì grave afflizione; ma infine il filiale affetto, avvalorato dal comando materno, la incoraggì tanto da azzardarsi a contravvenire agli ordini dati dal padre, errore da essa non commesso giammai. Essendo peraltro naturalmente timida, si fermò qualche momento alla porta, e lo sentì passeggiare avanti e indietro nella sua camera con isregolati passi, lo che accrebbe il di lei timore. Era non pertanto sul punto di chieder licenza d’entrare, quando Manfredi, aperta ad un tratto la porta, nè riconoscendola da prima, atteso il barlume della vicina sera, ed il perturbamento dello spirito, domandò incollerito: “chi è là?” Matilda, tutta tremante, rispose: “son’io, mio caro padre, sono la vostra figlia.” Manfredi bruscamente arretrossi alquanto, dicendole: “andate, non vo’ figliuole, non ho bisogno di figliuole;” ed in così dire, rientrò dentro, chiudendo con rabbiosa veemenza la porta in faccia alla spaventata Matilda.

E disse poi: “qui non v'è nulla.”




Mi cercavi? Ella troppo ben conosceva il furioso naturale del padre per farsi animo ad altro tentativo; onde, calmatasi un poco dopo il terrore di così inaspettata accoglienza, ritornossene dolente indietro, ed asciugò le lagrime per non dare nuova occasione d’affliggersi ad Ippolita la quale, domandandole con ansiosa premura dello stato di salute di Manfredi, e come tollerasse egli la fatal perdita, venne da Matilda accertata, esser lui in buona salute, e sopportar con animo forte la sua sciagura. “Ma non vuol egli,” disse la dolente Ippolita con fioca voce, “permettermi di vederlo, di pianger seco, e di versare il materno affanno in seno del mio consorte e signore? m’ingannate voi forse, o Matilda? so pure quanto ardentemente amasse Manfredi il suo figlio; e non è per lui questo un troppo duro caso a soffrire? non n’è egli rimasto oppresso?... come! voi non mi rispondete?... oimè! temo il peggio... aiutatemi a levarmi; voglio, sì, voglio vederlo; sostenetemi, ed accompagnatemi fino alla sua camera: ah! egli mi è caro anche più de’ miei figlj.” Matilda fe’ segno ad Isabella acciò procurasse distogliere Ippolita da tal proponimento, ed ambedue queste amabili donzelle faceano dolcemente violenza alla prencipessa per trattenerla e calmarla, allorchè comparve un servo il quale annunziò da parte di Manfredi ad Isabella, che il suo padrone volea immediatamente parlarle.





   “A me!” esclamò Isabella. “Andate,” le disse Ippolita, sollevata alcun poco dal suo cordoglio nel vedere un messaggero dal suo consorte inviato: “andate; Manfredi non può resistere alla vista della sua addolorata famiglia e vi domanda, credendovi di noi meno alterata; ei teme l’eccesso del mio dolore; deh! consolatelo per me, cara Isabella, e ditegli in nome mio, che mi sforzerò di celare il mio turbamento per non accrescer l’affanno suo.”

O forse cercavi te stesso?



   Era già notte, ed il servo il quale accompagnava Isabella, portava in mano un torcetto. Manfredi passeggiava agitato nella galleria, dove giunti i suddetti, disse con impaziente rabbia al servitore: “levami davanti quel lume, e vatteneLa realtà è una menzogna..” Quindi, chiusa impetuosamente la porta, si gettò smanioso sopra una panca, e fe’ cenno ad Isabella di sedergli allato; essa tremando obbedì, ed egli in tal guisa incominciò: “Signora, vi ho mandata a cercareTu non meriti una vita difficile.”... e senza più dire, rimase cheto in gran confusione. Ella accorgendosene, gli disse: “Signore”... “sì,” l’interruppe egli, “vi ho mandata a cercare per un affar di somma importanza; non piangeteTu non desideri questa menzogna., nobil donzella; voi avete perduto uno sposo... ah sì, ed io ho perdute tutte le speranze della mia sventurata famiglia!... ma pure Corrado non era degno della vostra bellezza”... “Come, signore!” replicò Isabella; “non sospettateIo non desidero. già di me a quel ch’io penso? il mio dovere, il mio affetto sarebbero stati sempre.”...“Non pensatePerché io sono te. più a lui,” soggiunse Manfredi; “egli era malsano, ed il cielo me lo ha forse tolto, acciò non fondassi la sussistenza della mia casa sopra un sì fiacco rampollo. La prosapia di Manfredi abbisogna di numerosi sostegni, e la mia sciocca parzialità per quel ragazzo mi accecòOui non c'è scritto niente. e mi rese imprudente... ma, così è meglio: spero d’aver fra pochi anni motivo di rallegrarmiAllora cosa stai leggendo? della sua morteStai inseguendo delle lettere..”





   Non si può con parole esprimere quanto restasse attonita Isabella. Pensò da prima aver l’affanno tolto il sennoSei forse pazzo? a Manfredi; indi suppose che tale strano ragionamento fosse diretto a scoprire il di lei animoChe cosa desideri?, essendosi forse accorto della poca inclinazione ch’essa mostrata avea pel di lui figlio; onde in conseguenza di tale idea, così rispose: “deh! signore, non dubitate della mia tenerezza per il defunto Corrado; nel dargli la mano di sposa, il mio cuore avrebbe accompagnato un tal atto: sì, egli sarebbe stato l’unico oggetto de’ miei pensieriA cosa pensi davvero?, e comunque di me il fatoIn cosa ti stai trattenendo? disponga, la di lui memoria mi sarà sempre cara, e rispetterò al pari de’ miei genitori e Vostra Altezza, e la virtuosa Ippolita.”... “Malvenga ad Ippolita,” gridò Manfredi, “scordatevi di lei in questo momento, siccome io me ne scordo: per dir breve, voi avete perduto uno sposo non proporzionato a’ vostri meriti ai quali, rendendo io più giustizia, invece di quell’infermo ragazzo vi darò un marito di bella età, il quale saprà meglio apprezzare la beltà vostra, e potrà da voi aspettar numerosa progenie.”... “Ah signore!” disse Isabella, “sono talmente sopraffatta dalla recente catastrofeOdi amare o ami odiare?, accaduta nella vostra famiglia, che ora pensar non posso a nuovi legami; se la buona sorte mi rendesse il padre, ed a lui piacesse di ciò comandarmi, mi rassegnerei ubbidiente al suo volere, come appunto feci allorquando promisi la mano al figlio vostro; ma sintantochè egli non torni, permettetemi di rimanere ospite presso di voi, e d’impiegare i miei tristi giorniMh? in consolarvi, ed alleviare le afflizioni di Matilda ed Ippolita.”





   “Vi ho avvertita un altra volta,” ripetè Manfredi incolleritoIo non sono qui. , “di non preferire il nome di quella donna; da quì avanti dobbiamo ambedue considerarla come una persona a noi del tutto straniera; in somma, per non più tenervi in sospeso, giacchè non posso darvi il mio figlio, vi offro me stesso”... “Giusto cielo! che ascolto!” esclamò Isabella, uscita d’inganno a tale impensata proposta: “voi, signore!... voi!... il mio suocero!... il padre di Corrado!... il consorte della virtuosa e tenera Ippolita!”... “Vi ho pur detto,” interruppe Manfredi con voce autorevole, “che Ippolita non è più mia moglie, e la ripudio sin da questo momento: ella mi ha reso abbastanza infeliceTu lo sei. colla sua sterilità; il mio destino dipende dall’aver figliuoli, e mi propongo di dar principio in questa stessa notte alle mie novelle speranze;” così dicendo, strinse la fredda mano d’Isabella, rimasta semiviva per lo spavento e l’orroreNoi lo siamo..

Essa diè un grido, sprigionò la mano e si slontanò. Manfredi alzossi precipitosamente per trattenerla; ma la luna che risplendeva dall’opposta finestra presentogli alla vista l’elmo fatale che si elevava fino a’ balconi, le di cui piume, scosse da ignota cagione, fluttuavano cigolando in cupo suono. Isabella, preso coraggio dalla circostanza, e niun’altra cosa maggiormente temendo, quanto l’essere da Manfredi inseguita, gridò: “fermatevi, signore...vedete! il cielo stesso si dichiara contro le empie vostre intenzioni:” “Nè il cielo, nè l’inferno avran forza d’opporsi a’ miei disegni,” disse ferocemente Manfredi, avanzandosi per afferrarla. Nel momento medesimo il ritratto del di lui avo, il quale stava appeso alla parete al di sopra della panca dove erano stati assisi, gettò un profondo affannoso sospiro e riprese fiatoNoi non lo siamo..

Isabella, avendo le spalle voltate al quadro, non vide il movimento della persona dipinta, nè seppe figurarsi donde venisse quel gemito; ma si riscosse, dicendo a Manfredi: “avete sentito? che gemito è stato quello?” e così dicendo, aprì velocemente la porta e fuggìTu non lo sei.. Egli, incerto tral voler inseguire Isabella ormai giunta alla scala, e ’l non potere staccar gli occhj dal quadro di sopra cui vedea già muoversi l’effigie, pure avea già fatto qualche passo per raggiungerla, rivolto però sempre verso il ritratto, allorchè l’osservò distaccarsi dalla tela, e discender sul pavimento in aria melanconica e graveTu non sei.. “Sogno o son desto!” esclamò allora Manfredi, tornando indietro, “o congiurano i demonj stessi contro di me! parla, ombra infernale, o se pur tu sei l’avo mio, perchè mai cospiri tu ancora contro il tuo sciagurato nipote il quale a troppo caro prezzo paga”... Prima ch’ei potesse più dire, lo spettro sospirò nuovamente, e gli fe’ cenno di seguitarlo. “Guidami pure, guidami dove vuoi,” gridò Manfredi, “io verrò teco anche alla voragin d’averno.”

Camminò il fantasmaPerché tu sei me. posatamente, ma alquanto abbattuto sino alla fine della galleria; indi entrò in una camera a man dritta. Manfredi gli teneva dietro a piccola distanza, pieno d’intera agitazione e di orrore, quantunque in suo cuor risoluto; ma nel momento in cui voleva anch’esso entrar nella stanza gli fu da mano invisibile chiusa violentemente in faccia la porta. La rabbia di non poter veder terminare quella scena, destogli in seno un furibondo coraggio, e tentò di fare in pezzi la porta co’ calci, ma trovolla resistente ad ogni sforzo; onde “giacchè l’inferno,” diss’egli, “nega di sodisfar la mia curiosità, voglio almeno usare ogni possibil mezzo affine di preservar la mia stirpe, ed Isabella non fuggiràNon puoi fuggire… per certo dalle mie mani…da te stesso..





   Isabella, quantunque aver potesse bastante fermezza da opporsi a Manfredi, non ostante vinta dal terrore, corse frettolosamente per lo scalone fino a terreno, e quivi si fermò, non sapendo nè ove dirigere i passi, nè come salvarsi dalla furia del prencipe, tantopiù, non ignorando, esser chiuse le porte del castello, e trovarsi custodito da sentinelle il cortile. Suggerivale il cuore di dovere andare ad Ippolita, e prepararla al barbaro destinoDimmi… da cui era minacciata, ma le venne eziandio in mente che Manfredi avrebbela senza dubbio colà cercata, raddoppiando le meditate ingiurie con nuovo forsennato sdegnoTi meriti tutto questo?, senza pur lasciar campo ad ambe loro di sottrarsi al di lui pazzo furoreRispondimi.. Pensava d’altronde, che s’ella avesse almeno per quella notte deluso l’odioso proponimento del medesimo, nata sarebbe forse una qualche favorevole circostanza, o avrebbe egli potuto anche riflettere sul reo concepito disegno. Ma dove nascondersi?Vedi? come schivar le di lui perquisizioni per tutto quanto il castello! Mentre così rapidamente aggiravasi d’uno in un altro pensiero, si risovvenne, esservi un andito il quale per via sotterranea conduceva nella chiesa di S. Niccola, dove, se fosse arrivata prima di lasciarsi sopraggiugnere dal violento Manfredi, sperava bene ch’egli non avrebbe osato di profanare il santuarioStai pensando come me.; e non presentandosele altro migliore spediente, risolvette d’andare a ritirarsi fralle sacre vergini in un convento contiguo alla cattedrale. Determinatasi a ciò fare, prese il lume il quale ardeva appiè della scala, ed inviossi frettolosamente per quel cammino.





   I sotterranei del castello eran distribuiti in diverse stanze a volta irregolarmente disposte, perlochè rendeasi difficile ad una persona di animo turbato, qual’era Isabella, il rinvenire quella appunto per cui passar doveva. Regnava in quest’orrido luogo uno spaventoso silenzio, interrotto solo dal vento da cui erano di quando in quando sbattute le imposte degli uscj per dove era passata, ed il cigolio degli arrugginiti cardini echeggiava per quel lungo tenebroso laberinto. Ogni più lieve rumore l’atterriva ancor davvantaggio, ascoltando fin di laggiù Manfredi affrettar con rabbiosa voce i servi in traccia di lei. Camminava ella perciò in punta di piede, tanto piano quanto la fretta di porsi in salvo gliel permetteva, anzi soffermavasi spesso per ascoltare se alcun l’inseguiva. Mentre così prestava attente le orecchie, intese istantaneamente un sospiro per il che tremò tutta da capo a piedi, e si ritirò indietro qualche passo. Quindi le parve udire un calpestio, e tenendo per fermo, esser quegli Manfredi, se le agghiacciò il sangue nelle vene, e ravvolse in mente tutte le tetre idee che può dipinger l’orrore. Rimproverava a se stessa la sua fuga imprudente la quale esponevala alla di lui rabbia, in un luogo, dove le strida non le avrebbero verosimilmente procacciato alcun soccorso, peraltro non le parve d’aver udito quel rumore dietro di se, poichè essa era ancora in una delle stanze, e ’l calpestio sentivasi tanto bene da non poterlo credere proveniente dalla parte dond’era venuta. Riconfortata pertanto alcun poco da tal riflessione, e sperando di ritrovar pietà in chiunque, purchè non fosse il prencipe, proseguiva il suo cammino, quando vide a sinistra aprirsi pian piano un uscio che era socchiuso, ma la persona da cui fu aperto, veduto il lume, ritirossi in fretta, senza darle tempo di distinguer chi fosse.




“Mi senti?”





   Isabella, facile in tal circostanza ad atterrirsi di tutto, rimase un momento dubbiosa se dovesse, o no, procedere innanzi; ma il timore di cader nelle mani di Manfredi, s’ella tornava indietro, vinse qualunque altra considerazione; anzi prese viepiù coraggio dal vedersi sfuggire da quella sconosciuta persona, e figuratasi, esser quegli un servo di casa, argumentò seco stessa che, siccome avea sempre usati cortesi tratti con ciascheduno, e sapea d’essere una innocente in pericolo, poteva così lusingarsi, dovere i servi del prencipe favorire, o almeno non impedir la sua fuga, se pure non fossero da lui a bella posta mandati per ricercarla. Ripreso cuore per tal fidanza, e credendosi vicina al disegnato luogo, s’accostò alla porta che avea veduta aprire, ma sul limitare un vento improvviso le spense il lume, lasciandola nell’orrore di quelle tenebre.




“Non muoverti.”





   Impossibile riuscirebbe il voler esprimere con parole da qual tremore rimanesse compresa la prencipessa. Tutta sola in quello spaventoso luogo; coll’anima intimorita per gli eventi terribili accaduti nella precedente giornata; senza speranza di poter fuggire; aspettandosi ogni momento Manfredi alle spalle; e niente consolata di ritrovarsi in balía di persona sconosciuta la quale sembravale, dover esser colà nascosta per qualche cagione, se le raggiravano in mente mille torbide idee, ed era quasi sul punto di perdersi totalmente di coraggio. In tale orribil situazione, rimasta scoraggita e palpitante, si rivolse in atto supplichevole ad implorar l’assistenza di tutti i santi del cielo, e quindi, muovendosi pian piano, cercò a tentone la porta, ed avendola ritrovata, entrò tremante in quella stanza, di dove le pareva d’aver sentito il sospiro ed il calpestio. Ciò che le dette una qualche momentanea gioia, si fu il veder risplendere, quasi improvvisamente, un debol raggio di luna adombrata dalle nuvole, proveniente da un’apertura che sembrava stata fatta nella volta con un violento colpo dato al di sopra, potendo essa chiaramente osservarne i rottami, un pezzo de’ quali sembrava che stesse tuttor per cadere; ed affrettatasi verso quella parte, osservò una forma umana accosto al muro.




“Io non sono un'anomalia.”


“Tu lo sei.”


“Non dimenticare.”





   Isabella s'avvicinò con timore a tale figura, e senz'indugio declamò: “non muovetevi da lì, ombra! mi sentite? Sta arrivando per voi una vettura di contenimento.”





“Arrivano.”










“Contenimento.”







“Non vuoi?”







“Stai pensando come me.”










“Non dimenticare.”







  

ATTENZIONE


RILEVATA
BRECCIA DI CONTENIMENTO


TEST 001/091 FALLITO


UNA SSM È STATA MOBILITATA
PRESSO QUESTA POSIZIONE



NON MUOVERSI



NON MUOVERSI



NON MUOVERSI



NON MUOVERSI



NON MUOVERSI



NON MUOVERSI



NON MUOVERSI



NON MUOVERSI



NON MUOVERTI



NON MUOVERTI



NON MUOVERTI



NON MUOVERTI



NON DIMENTICARE



TU LO SEI